"No smoking " di Vincenzo Maimone


 

Aprì lo sportello della credenza avendo cura di non fare troppo rumore a quell’ora del mattino. Misurava ogni suo gesto, evitando di far tintinnare i calici e i piatti che facevano bella mostra sugli scaffali di quel mobile d’epoca. Non c’era un motivo preciso per tanta accurata solerzia. In casa nessuno avrebbe protestato, lo sapeva benissimo, e gli unici inquilini che abitavano quel palazzo in pieno centro storico, essendo anziani, non erano particolarmente sensibili alle basse frequenze che, eventualmente, l’agitarsi delle stoviglie avrebbe provocato. Il fatto era che, nel suo immaginario, quella parte ancora germinale del giorno richiedeva prudenza e una certa delicatezza dei gesti. Movimenti lenti, ovattati, che non fossero di disturbo al dispiegarsi di una giornata che di lì a poco avrebbe perso ogni forma di timidezza e di rispetto, diventando puro caos cittadino.

Tirò fuori la sua tazzina da caffè. Non era un pezzo pregiato, anzi, era in tutto e per tutto una normalissima tazzina, di quelle che viaggiano vorticosamente da una mano all’altra e da una bocca all’altra sui banconi dei bar. Non era

bella, o in qualche modo originale, tuttavia, era la sua tazzina. Quella con cui celebrava i suoi riti mattutini. Richiuse l’anta della credenza e attraversando il salotto entrò in cucina. Prese un cucchiaino e lo ripose insieme alla tazzina nel piattino precedentemente preparato, spense il fornello sotto la caffettiera che aveva ormai completato il suo compito e dopo aver sollevato il coperchio della moka, lasciando che l’aroma del caffè invadesse le sue narici, cercò, per quanto gli permetteva il suo olfatto, di cogliere la fragranza di quel liquido caldo e scuro. Versò con attenzione il caffè e aggiunse una zolletta di zucchero. Quindi, sollevò con la dovuta cautela il piattino e si diresse nuovamente nel salotto.

La sala era molto ampia e perfettamente squadrata. All’angolo opposto a quello dove si trovava la cucina era collocata una poltrona, accanto ad essa due piccoli tavolinetti. Un’ampia finestra alla sinistra di quella comoda e funzionale seduta illuminava tutto l’ambiente, o per lo meno lo avrebbe fatto di lì a poco.

Poggiò con cura piattino e tazzina sul tavolinetto di sinistra e si sedette. I suoi movimenti non denunciavano alcuna premura. Assaporava ogni singolo istante di quella cerimonia quotidiana. Aggiustò la giacca da camera in modo da rendere i suoi gesti ancor più fluidi e rilassati, quindi riprese il piattino e la tazzina e dopo aver girato il caffè in modo che la zolletta si sciogliesse completamente, iniziò a sorseggiare. Dopo il primo sorso, attese qualche istante e riposizionò la tazzina sul tavolinetto. Estrasse dalla tasca della giacca da camera un pacchetto di Chesterfield. Guardò per un attimo sopra il

tavolo al centro della stanza e si rese conto di avere in mano l’ultimo pacchetto. La sua raucedine, ormai cronica, e il peso opprimente che sentiva nei polmoni gli fecero capire che ci aveva dato dentro. Ricordava, infatti, di aver comprato un’intera stecca solo il giorno prima.

Aprì il pacchetto e contò rapidamente.

“Una, due, tre,…otto sigarette soltanto”, pensò tra sé e sé. Poche, ma se le sarebbe fatte bastare.

Prese una sigaretta e dopo aver assestato il tabacco picchiettandola delicatamente sul dorso del pacchetto, la accese inspirando quasi con voluttà quel fumo dal sapore acre. In tre lunghe boccate la cenere concluse il suo breve viaggio lambendo il filtro. Una lieve sensazione di calore al polpastrello interruppe i suoi movimenti automatici. Spense con un certo fastidio la cicca schiacciandola ripetutamente nel posacenere di cristallo che aveva posto sul bracciolo della poltrona. Riprese la tazzina e bevve ancora un sorso, questa volta più lungo. Un’altra sigaretta era d’obbligo. La riaccese e questa volta decise di concedersi un po’ più di tempo, nel tentativo di godersi l’aroma del tabacco, dando così il giusto tempo ai polmoni di impregnarsi per bene di catrame e nicotina.

Dovette tuttavia riconoscere che non provava alcun piacere in ciò che stava facendo, almeno non più. Era addirittura infastidito dal sapore aspro che caffè e sigaretta lasciavano sul suo palato. Nonostante tutto continuava ad aspirare con gesti meccanici privi di alcuna partecipazione emotiva.

La passione, la consapevole ebbrezza avevano ceduto il passo al vizio, alla passiva dipendenza. C’era stato un tempo,

però, in cui amava veramente fumare. Si ricordava, o riteneva che così fosse, che in una parte della sua esistenza la sigaretta aveva riempito con piena soddisfazione le sue giornate in un ménage perfettamente in equilibrio, in una relazione semplice. Poi, qualcosa era cambiato. Quell’equilibrio era stato in qualche modo turbato e la faccenda si era fatta tremendamente complessa.

“Una relazione complicata”. Ecco! Era proprio questa l’espressione corretta. Il suo rapporto con la sigaretta era paragonabile ad una storia d’amore tormentata, burrascosa.

E lui di relazioni complicate poteva ben dirsi un esperto. Conosceva alla perfezione lo stillicidio di quelle lunghe attese davanti ad un telefono che non si decideva a squillare; dei silenzi e delle pause di riflessione come pure dei momenti di passione travolgente. Ricordava ancora la totale irrazionalità di quel pathos che, però, bruciava e si esauriva in un attimo, esattamente come, ‐ ed il paragone può apparire banale, quasi ovvio, seppure calzante ‐, esattamente come una sigaretta.

Lo sapeva, soprattutto, perché ci era passato, ci stava passando. Mise in pausa questo suo flusso di pensieri. Non era sicuro su quale fosse la forma verbale corretta. Giustificò la cosa considerandola come un effetto collaterale delle relazioni complicate: si accompagnano ad una sorta di incongruenza grammaticale che lascia in sospeso il tempo, che ne impedisce una collocazione entro una dimensione cronologica precisa. Passato e presente si accavallano rendendo tutto estremamente magmatico, fluttuante, indeterminato.

Aspirò un’ultima boccata e spense senza troppa attenzione la cicca che, non rassegnandosi a quel repentino abbandono,

continuava a bruciare dentro il posacenere rilasciando, quasi con astio, nella stanza un odore caratteristico, e particolarmente fastidioso, di gomma bruciata. Diede fondo all’ultimo goccio di caffè e tirò fuori dal pacchetto un’altra sigaretta, la terza. Non appena la accese, la sua mente riprese a vagare nell’archivio dei suoi ricordi remoti e recenti. Nella sua memoria i frammenti di quelle istantanee di vita si riposizionavano, si ordinavano secondo una logica alla quale, in precedenza non aveva mai prestato particolare attenzione e che, invece, adesso si rivelava essere risolutiva.

Se solo ci avesse pensato prima, se questa intuizione lo avesse condotto ad una più attenta riflessione, forse avrebbe potuto agire diversamente, avrebbe potuto, forse, scegliere in maniera diversa. Questa considerazione non gli fu di alcun conforto, non alleggerì quel peso che lo opprimeva e che gli impediva di respirare e che solo in parte poteva essere attribuito all’eccesso di fumo. Tuttavia, finalmente aveva capito, aveva ben chiara in testa la cornice entro cui era inscritta la sua vita. Adesso era in grado di tracciarne i confini, poteva individuarne i punti estremi. Aveva soprattutto compreso il gioco perverso nel quale era stato trascinato da quelle due passioni.

Due passioni incompatibili, inconciliabili, in costante e reciproca opposizione. Entrambe richiedevano, addirittura pretendevano, una devozione assoluta. Era stato così sin dal principio, questo lo ricordava molto bene. Rammentava il momento esatto in cui tutto era cominciato. Si fece coraggio

aspirando una lunga boccata e si lasciò trascinare in un nostalgico amarcord.

Si trovava fuori città per motivi di lavoro, era la sua ultima sera in quel luogo a lui poco familiare ed era stufo di cenare al fast­food strategicamente posizionato vicino all’albergo dove aveva alloggiato per cinque lunghissimi giorni. Aveva deciso di fare quattro passi in centro e cercare un luogo più accogliente in grado di offrirgli, soprattutto, cibi meno indigesti. La via principale, nonostante l’ora, era strapiena di gente che sorrideva sguaiatamente e che non aveva alcuna intenzione di rinunciare al meritato svago del fine settimana. Ogni tanto qualche gruppetto un po’ più allegro usciva, senza prestare troppa attenzione e tagliando la strada ai passanti con passi non misurati e barcollanti, dai locali dove aveva finito di celebrare un happy hour che, evidentemente, si era prolungato di una buona mezz’ora. Osservava ogni cosa con grande curiosità godendosi la sua Chesterfield. Mentre era impegnato in questo dilettantistico studio antropologico, un profumo caldo e avvolgente di cibo buono accarezzò le sue narici ‐ allora era ancora in grado di distinguere gli odori – quasi invitandolo a seguirlo. Individuò il ristorante che lo aveva attirato a sé con quel gastronomico incantesimo, schiacciò la sigaretta sul marciapiede ed entrò. La sala era già piena e non sembravano esserci tavoli disponibili per la sua cena solitaria.

Con il senno di poi – certamente l’invenzione di un ipocrita ‐ benedì e maledì, allo stesso tempo, quella scelta.

Meccanicamente, nell’ovattato silenzio mattutino che ancora avvolgeva il salotto, spense la sigaretta che gli si era consumata lentamente tra le dita e ne riaccese un’altra per non interrompere quel flusso di memoria.

Lo scintillio e la flebile fiamma dell’accendino lo riportarono indietro nel tempo. Il maitre di sala gli si fece incontro e, ostentando la sua cortesia, si informò sul numero dei commensali. Accolse con un certo disappunto la risposta. Con fare professionale, comunque, e secondo un protocollo collaudato, osservò la disposizione dei tavoli, quindi annunciò che era rimasto soltanto un tavolo disponibile, ma si trovava un po’ in disparte nella zona riservata ai non fumatori. Rammentava perfettamente di aver avuto un attimo di indecisione nell’accettare quella proposta, ma alla fine ritenne di poter resistere per la durata di una cena che, in mancanza di un amico, di un semplice conoscente, o di qualcuno con cui intavolare una qualche conversazione non si sarebbe prolungata più del dovuto. Il maitre fece strada guidandolo fino al tavolo posto proprio al centro di quella piccola sala, destinata ad una minoranza per nulla silente.

Si sedette non nascondendo un certo disagio. Non amava mangiare da solo e la disposizione del tavolo accresceva decisamente il suo imbarazzo. Poi, come per effetto di un segreto richiamo il suo sguardo incrociò quello di Lei, seduta in fondo alla sala che, rivelando una personalità decisa e per nulla intimidita dalle eventuali obiezioni della morale comune, cercava di attirare la sua attenzione. Rammentava di aver considerato l’episodio con un certo sospetto. Non aveva

mai ritenuto di essere un tombeur de femmes e la sua modica quantità di charme non sembrava giustificare tutto quell’interesse. Certo, vi era ancora la remota possibilità che la favola dell’anima gemella, raccontata da filosofi e cioccolatini, avesse dopotutto una qualche plausibile parvenza di verità. Ma sulla validità di questa interpretazione nutriva forti dubbi.

Mentre la sua mente vagava, cercando di mantenersi in un precario equilibrio tra un crudo realismo e una cieca illusione, la donna si alzò e si avvicinò sfoderando un sorriso affabile, seducente ma al tempo stesso discreto. Era bellissima. La sua fluente chioma rossa si muoveva con voluttà e la sua aura di seduzione aveva pervaso l’atmosfera di quel locale elegante ma nel complesso ordinario.

Ricordava di aver ricambiato timidamente quel sorriso balbettando qualcosa assimilabile ad un saluto galante. Togliendolo da ogni imbarazzo, la donna si presentò, giustificando quel suo gesto di intrigante spavalderia.

«Non amo cenare da sola. Ma la persona con cui dovevo incontrarmi ha avuto un imprevisto. Mi ero quasi decisa ad andare via, poi l’ho vista entrare e dalla faccia del maitre mi è sembrato di intuire che anche lei non abbia compagnia. Posso proporle di unire le nostre solitudini? Non mi giudichi sfacciata».

Non gli aveva lasciato molto tempo per rispondere o, più probabilmente, non si attendeva nemmeno una risposta, dal momento che, ancor prima che la sua richiesta venisse accolta, la donna aveva già avvicinato una sedia al tavolo.

L’inusualità della situazione lo avevano reso goffo, ancor più goffo del suo normale livello. Nel tentativo di recuperare terreno, da perfetto gentiluomo, aveva abbozzato una sorta di inchino in modo da accompagnare la sua commensale.

Dentro di sé si affollava una lunga fila di emozioni contrastanti che andavano dalla gioia raggiante per quella avventura inaspettata ad un sottile risentimento dovuto al fatto di sentirsi, in qualche misura, una seconda scelta, un ripiego.

Un sorriso carico di nostalgia e rimpianto colorò il viso ancora sfatto, evidente residuo della sua notte insonne. Rinnovò il rituale accendendo la sua quinta sigaretta. Guardò il pacchetto ormai quasi vuoto e si sentì come la piccola fiammiferaia, senza risorse sufficienti a fare chiarezza e a ravvivare la quantità di ricordi che, probabilmente, aveva sottostimato.

Il salto all’indietro questa volta non lo colse di sorpresa. Nella sua mente affiorò lucidamente la piacevole conversazione che aveva allietato una cena tutto sommato dignitosa.

Si erano presentati, come conveniva. Erano passati, ovviamente ad un più colloquiale “tu”. Avevano tarato il loro grado di compatibilità. A tal punto che ad uno sguardo esterno quella coppia poteva benissimo apparire come tutt’altro che improvvisata. Tutto procedeva secondo i canoni dell’appuntamento perfetto. Le loro mani iniziavano a sfiorarsi, ancora inconsapevolmente, ma la cosa non creava alcun imbarazzo o disagio, segno che la barriera della

prossimità fisica era stata infranta. Avevano anche cominciato a scavare più in profondità per cogliere altre affinità o passioni comuni, a rivelare persino i loro difetti, o quasi. Era passato molto tempo dall’ultima volta che aveva percepito una simile armonia. Poi come il più scontato e banale fulmine a ciel sereno arrivò quella frase, seguita da quella domanda secca e tagliente.

«Quando ti ho visto entrare nel locale ho sperato ardentemente che ti sedessi a questo tavolo e che fossi un non fumatore. Io detesto le persone che fumano. E tu?».

La domanda lo colse di sorpresa. Cercò di prendere tempo e di mistificare un certo sgomento sorseggiando un po’ di vino, quindi, mentendo, rispose.

«Anch’io».

Dall’orologio a cucù appeso alla parete in fondo alla sala un gallo enfatizzò la sua risposta con tre tocchi. Il tradimento si era consumato. Aveva inizialmente considerato la cosa come una pietosa e innocente bugia che non avrebbe causato grosse conseguenze. Ed inoltre riteneva sciocco rovinare una serata così piacevole per amore della sincerità.

“Quanto mi sbagliavo”, pensò, picchiettando con l’indice sulla sesta sigaretta e facendo cadere la cenere nel posacenere posto sul bracciolo della poltrona.

Aveva abilmente evitato di soffermarsi su quell’argomento sviando la conversazione su argomenti meno impegnativi. Il tempo era volato a tal punto che furono gli ultimi clienti a lasciare il locale, salutati con distaccata cortesia dal maitre. Continuarono a passeggiare lungo il viale che, data l’ora, si era quasi totalmente svuotato. La accompagnò alla sua auto

tenendola per mano. Si salutarono scambiandosi un bacio delicato e caldo al tempo stesso.

Assaporò il caldo tepore delle sue labbra e si lasciò accompagnare da quella avvolgente sensazione lungo tutto il tragitto che lo separava dalla sua anonima stanza d’albergo. Giunto in camera, si distese sul letto e fissando il soffitto, con un gesto istintivo, accese una sigaretta cercando così di riparare al tradimento che aveva consumato con quella risposta data a bruciapelo durante la cena.

Gli incontri divennero frequenti, abituali, sempre più appassionati. Aveva maturato l’idea di poter convivere con quel suo segreto che, dopotutto, non considerava poi così drammatico.

In realtà, aveva anche tentato di risolvere diversamente questo dilemma. A priori aveva comunque escluso la strada della verità. Non sapeva perché, ma sentiva che quella relazione non avrebbe retto a quella rivelazione. Aveva provato a smettere di fumare, facendo incetta di cerotti, chewing gum, agopuntori, tisane e mille altri rimedi che si erano, tuttavia, rivelati incapaci di porre fine a quella dipendenza. Aveva anche provato a lasciare lei. Ma la passione che lo bruciava lo aveva fatto ritornare, gli aveva fatto preferire la finzione della menzogna alla verità del distacco e dell’assenza.

Accese la settima sigaretta con un certo disappunto. Il turbinio lo spingeva a tirare le somme di quella sua vicenda, a tracciarne un conclusivo bilancio.

L’illusione del controllo, infatti, era destinata a sfaldarsi una volta per tutte in maniera improvvisa.

Era un ricordo recente quello che si mischiava all’aroma acre del tabacco. Era accaduto tutto il giorno prima. Come ogni giovedì era rincasato, con il pesante fagotto della lavanderia – passaggio diventato ormai obbligato per eliminare ogni possibile traccia di fumo dagli abiti che avrebbe messo in valigia per il fine settimana con Lei.

La portinaia lo aveva accolto nell’androne con una cordialità del tutto nuova e con un sorriso malizioso e familiare al tempo stesso. Peraltro non l’aveva nemmeno ripreso per il fatto che stava fumando. Aveva ricambiato con stupore il saluto e si era affrettato a salire le scale che conducevano al suo appartamento per iniziare a preparare il bagaglio e per telefonare.

Tenendo la sigaretta all’angolo della bocca, estrasse dalla tasca le chiavi di casa e fu stupito dall’immediato scatto della serratura. Ricordava infatti di aver chiuso la porta dando tutte le mandate. Lo faceva per abitudine, quasi meccanicamente. Il suo cuore ebbe un sussulto, qualcuno si era intrufolato in casa in sua assenza. Possibile che la portinaia, un vero mastino, non si fosse accorta di nulla? Questa spiegazione non quadrava, peraltro, con l’atteggiamento tenuto qualche istante prima dalla donna nell’androne.

Si introdusse in casa con passi lenti e guardinghi. Il suo occhio destro lacrimava leggermente per via del fumo della sigaretta. Tutto era in ordine. Escluse l’ipotesi del furto. Non poteva trattarsi di un ladro. Ogni cosa era esattamente dove ricordava di averla lasciata.

Entrò in salotto. Ripensando a quell’istante, mentre picchiettava leggermente sulla sigaretta riducendone il carico

di cenere, considerò che avrebbe di gran lunga preferito l’ipotesi del furto. Al centro della sala, infatti, c’era Lei. Il suo sguardo era gelido, tra le mani rigirava nervosamente un pacchetto di sigarette.

Rammentava con dolore quel momento. Aveva distintamente sentito il suo mondo andare letteralmente in frantumi. Il suo stupore, l’impossibilità di articolare una qualche plausibile giustificazione fecero allentare la presa delle sue labbra sulla sigaretta che, con una rotazione lenta ma precisa, si incastrò nella piega dell’involto della lavanderia che immediatamente prese fuoco. Buttò a terra il fagotto e lo calpestò nervosamente. Considerò la cosa come una precisa metafora della sua vita.

«Posso spiegarti!?», azzardò tra l’assertivo e l’interrogativo.

«Non c’è nulla da spiegare. Sei esattamente come tutti gli altri. Sono profondamente delusa», non c’era nessuna inflessione nella sua voce. Il suo disagio aveva annullato, spento, ogni emozione.

«Pensavo di farti una sorpresa, ma sono stata preceduta. Per tutto questo tempo mi hai mentito».

«Aspetta, lasciami il tempo di parlare. Credimi, ho provato mille volte a dirtelo. Ma non ho avuto il coraggio. Avevo paura di perderti».

«Cosa cambia adesso…», lasciò in sospeso la frase.

«Non posso, non voglio restare. Domattina torno a casa». La sua voce si era fatta adesso più spigolosa.

«Dammi un’altra chance, ti prego», pronunziò la frase nella piena consapevolezza dell’inutilità della richiesta.

«Non lo so. Sono stanca e ho bisogno di rimanere da sola». Si diresse in camera da letto entrò e chiuse la porta dietro di sé.

Rimase qualche istante immobile al centro della stanza tra brandelli di carta ormai incenerita e sottili fili di fumo. Aveva bisogno di liberarsi da quel senso di oppressione che lo aveva attanagliato e che premeva e comprimeva il suo petto. Aveva bisogno come non mai di respirare aria pura. Uscì dall’appartamento e percorse di corsa le scale, sfrecciando davanti all’attonita portinaia.

Ricordava di aver camminato a lungo, di aver acquistato la stecca di Chesterfield, di aver fumato, e molto, e di aver riflettuto sul da farsi. Aveva valutato ogni possibilità. Lei aveva ragione. Quella piccola, innocente menzogna col tempo era cresciuta e aveva indissolubilmente messo radici in quella storia. Rimuoverla adesso avrebbe tolto ogni stabilità alla loro relazione. Bisognava dare un taglio netto, chiudere definitivamente. Si ma con cosa? Quale delle due passioni avrebbe avuto la meglio?

In cuor suo era perfettamente consapevole che, nonostante tutto ciò che era accaduto, non aveva alcuna intenzione di scegliere, di operare una selezione tra quei due legami. Nella sua esasperazione emotiva era conscio del fatto che gli restava una sola ed unica soluzione. Rinunciare a entrambi. Si, ma come? La risposta gli giunse improvvisa e terribile.

Il sole iniziava a fare breccia nella penombra dell’appartamento. Un primo raggio fece timidamente

capolino nella stanza, tracciando un solco sul pavimento, inizialmente sottile, ma che via via si allungò ed espandendosi cominciò a riscaldare l’ambiente. La lama di luce raggiunse la camera da letto. Lui alzò lo sguardo e fissò per un lungo istante l’interno di quella stanza. Un brivido freddo lo colse improvviso. Il raggio di sole rivelava adesso ogni particolare. Distesa sul letto Lei giaceva nuda e immobile. Il rosso dei suoi capelli si mescolava ad un rosso più scuro e pastoso che si spandeva sul lenzuolo e che disegnava strane e inquietanti geometrie. Attorno al suo corpo delle piume candide e vermiglie.

Vista dall’alto l’immagine rappresentava un angelo, un diabolico angelo, caduto sotto i colpi di chissà quale mistica forza.

Non aveva sofferto, almeno questo era ciò che lui sperava. Rammentava di essere rientrato a casa molto tardi dopo un lungo e disperato vagabondaggio. Era animato da un preciso disegno. Si era intrufolato nel suo appartamento avendo cura di non fare alcun rumore. Una volta giunto in salotto aveva preso la pistola che teneva in uno dei cassetti della credenza e uno dei cuscini che adornavano la poltrona. Si era quindi diretto in camera da letto, aveva aperto la porta. Lei dormiva. Non si era concesso nemmeno un solo istante di perplessità, aveva posizionato il cuscino davanti alla canna della pistola e aveva esploso in rapida successione due colpi. Il corpo aveva sobbalzato. Una pioggia lenta e triste di piume l’aveva coperta in un ultimo gesto di pietà.

Accese una sigaretta, l’ultima, ma lasciò che si consumasse tra le dita. Si concesse ancora qualche istante di tempo poi prese il posacenere e la spense con ostinazione. Liberarsi da un vizio comporta, sempre, un qualche sacrificio. Nella sua mente considerò quella rinuncia come uno scambio equo. Ripose il posacenere sul tavolinetto alla sua sinistra e allungando la mano destra impugnò la pistola.

Con gesto deciso, ma tutto sommato controllato, la impugnò con entrambe le mani e portò la canna alla bocca. Aspirò e trattenne il respiro, quindi chiuse gli occhi, premette il grilletto e in quella frazione di secondo si sentì finalmente libero.

Una goccia di sangue scivolò lungo il bavero della giacca da camera arrestandosi su di un lungo capello rosso che disegnava su quel tessuto chiaro un arabesco, una sorta di iniziale.

Dalla sua bocca resa deforme dagli effetti di quello sparo ravvicinato, saliva un filo di fumo un po’ più denso del solito.


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